I cancelli del Don Bosco si sono aperti già da qualche settimana e gli ambienti, dopo il silenzio dei mesi estivi, si sono colorati di voci e di presenze. Il 2 ottobre celebreremo in modo solenne l’avvio del nuovo anno scolastico.

Quale parola ci guiderà nel nostro percorso educativo? Negli anni scorsi due fari hanno illuminato e segnato i nostri incontri: speranza e fede.

Quest’anno la ‘parola guida’ è carità, amore. Che soltanto parola non è, se l’amore non è quello imbastito con tre occhiate e quattro sospiri, quanto piuttosto l’amore concretissimo di chi lo vive e lo dimostra nel quotidiano, attraverso azioni semplici ma importantissime.

La parola d’ordine dunque è non solo amore, ma “operosi nell’amore”, operatori di amore, costruttori di amore. Quindi un amore all’opera, di quelli che lasciano un segno, un’impronta, una traccia.

Non parliamo di sicuro delle impronte che le star lasciano impresse nel cemento del famoso Piazzale delle Stelle a Los Angeles, ma di quelle più durature e significative con cui incidiamo il cuore e la mente delle persone che avviciniamo e soprattutto di chi ci è affidato.

L’opera educativa conosce bene questo tipo di ‘impressione a caldo’, di incisione che resta nel tempo e indirizza le scelte future dei ragazzi che ricordano quanto ricevuto.

Don Bosco era convinto che l’educazione fosse soprattutto un ‘affare del cuore’, per questo ha fatto dell’amore, dell’amorevolezza, la cifra distintiva del suo metodo educativo, il Sistema preventivo. Raccomandava ai suoi salesiani: Siate fermi nel volere il bene e nell’impedire il male ma sempre dolci e prudenti, siate poi perseveranti e amabili e vedrete che Dio vi renderà padroni anche del cuore meno docile.

L’amorevolezza è l’amore quotidiano declinato in piccoli gesti concreti, in sguardi, attenzioni, in presenza costante con cui l’adulto dimostra al giovane che gli sta davvero a cuore, che per lui è importante. E lo fa in modo semplice, chiaro, a misura di ragazzo, cioè a lui comprensibile. Infatti Don Bosco insegna che non basta amare i giovani, bisogna che essi sappiano (capiscano) di essere amati.

Il bene che vogliamo per i nostri ragazzi chiede solidarietà educativa, una partecipazione di tutte le parti: genitori, docenti, personale tutto che opera nella nostra casa, il Don Bosco. E coinvolgimento dei ragazzi stessi che, assumendo in proprio il cammino educativo proposto, diventano responsabili della costruzione di sé, delle scelte che portano a delineare un futuro dai contorni sempre più definiti e coerenti con l’educazione ricevuta.

Noi tutti, quindi, all’opera, là dove la vita quotidiana ci chiama, per lasciare tracce molteplici e durature di amore. 

La Direttrice

Sr Daniela Faggin